
Ritrovare il Qui
La “nuova ragione” neoliberista
Secondo Buddha, il risvegliato, la causa della sofferenza è l’ignoranza. Nei nostri termini, ignoranza della verità che tutto è uno, da cui derivano “attaccamento” e “avversione” che ci allontanano dal fiume della vita, dal qui e ora, sempre mutevole e imprevedibile, e ci relegano nella pozza della nevrosi che avvelena la nostra esistenza.
Ecco un esempio assai comune: se muore una persona a me molto cara, è naturale che provi sofferenza. Una sofferenza reale, non nevrotica, che ha un inizio e una fine. Ma se, anziché accettare l’evento della morte, provo rabbia, avversione nei confronti di ciò che è accaduto, «non è giusto, non doveva succedere, perché proprio a me?», da quel momento precipito nella pozza della nevrosi, della sofferenza non necessaria o evitabile.
In altre parole, la sofferenza naturale dura poco. Il fatto di accettarla mi rende più gentile, empatico e compassionevole, con me stesso e con gli altri, più in grado di comprendere la sofferenza mia e altrui. Mi addolcisce e mi fa sentire parte di una comunità con la quale condivido il senso di precarietà e fragilità. In tal modo cresce il mio senso di unità.
In ogni momento nella nostra vita può irrompere una disgrazia, ma questa ha un impatto molto diverso se mi sento solo, unico destinatario di un evento negativo, o se invece mi sento parte di una comunità pronta a sostenere le persone nei momenti difficili dell’esistenza. Al contrario, la sofferenza nevrotica acutizza il senso di separazione e isolamento. Accresce l’idea che ognuno è solo sulla terra, e può contare unicamente su se stesso. Ognuno per sé, nell’altrui indifferenza in un mondo spietato, grigio, arido, ove le ferite d’amore non vengono risanate, ma aggravate.
È il mondo della “nuova ragione” neoliberista. È il mondo delle passioni tristi.
L’ottuplice sentiero
Tornando al Buddha, è possibile superare l’ignoranza e liberarci dalla sofferenza? Sì, c’è un modo, un metodo che il Buddha ha insegnato: l’ottuplice sentiero.
Otto passi, otto concetti, tra loro strettamente correlati. Eccoli:
- retta attenzione, retta concentrazione, retta visione;
- retto pensiero, retta parola, retta azione;
- retti mezzi di sostentamento, retto sforzo.
La retta attenzione significa portare attenzione prevalente a ciò che favorisce la fine della sofferenza. Ad esempio, portare attenzione alle qualità dell’amore di una persona, ovvero alla sua Anima, piuttosto che ai suoi inquinanti, ovvero al suo Ego. Questa pratica favorisce relazioni felici piuttosto che infelici.
Sulla stessa linea, la retta concentrazione significa concentrarsi su ciò che ci fa star bene, piuttosto che male. Ad esempio, concentrarsi sui momenti positivi della propria vita, invece che su quelli negativi.
In modo analogo, la retta visione è la visione d’insieme che naturalmente emerge ove ci si attenga ai primi due punti. Una visione d’insieme che fornisce conforto, anziché sconforto, e consente il passaggio ai punti successivi.
Il retto pensiero è il pensiero che si nutre di retta visione, e naturalmente di retta attenzione e retta concentrazione. Ne deriva che la retta attenzione, seguita dalla retta concentrazione, è il primo passo indispensabile per raggiungere il retto pensiero. Senza retta attenzione e retta concentrazione, il nostro pensiero è volatile e dispersivo. Senza retto pensiero non è possibile il controllo della mente. Controllo che è sinonimo della disciplina Yoga, il cui fine è sperimentare il senso di unità a tutti i livelli del nostro essere. Unità che porta alla liberazione dall’ignoranza, al risveglio. E alla fine della sofferenza.
In conformità con il retto pensiero, scaturiscono la retta parola e la retta azione. Il pensiero è linguaggio. Il retto pensiero è retta parola interiore, che si traduce in retta parola pronunciata all’esterno, che è già una forma di retta azione.
Gli ultimi due passi sono: retti mezzi di sussistenza, ovvero retta economia. Un’economia che non prevede sfruttamento e non genera sofferenza. Concetto ripreso da Gandhi con il termine Sarvodaya, cioè economia al servizio di tutti; e retto sforzo, ovvero lo sforzo del praticante necessario a realizzare la liberazione dall’ignoranza e dalla sofferenza.
Fermiamoci qua. Ho solo fornito un’idea sintetica di ciò che si intende per ottuplice sentiero. Idea già sufficiente ad aprire un confronto con la via del Cristo.
Riferimenti bibliografici

I bambini salveranno il mondo
Verso un nuovo rinascimento spirituale e costituzionale



