
Il doppio legame
- Posted by Mauro Scardovelli
- Date 27 Giugno 2026
- Categorie CRESCITA UMANA E SPIRITUALE, IL BLOG, Psiche, Subpersonalità
Che cosa accade quando l’ingiustizia non può essere affrontata né trasformata? Questo articolo ci accompagna dentro il meccanismo del doppio legame: una trappola emotiva e relazionale che alimenta impotenza, rabbia, conflitto e sofferenza interiore. Mauro mostra come uscirne non significhi trovare un colpevole, ma compiere un salto di consapevolezza, trasformando la rabbia in cura, creatività e riconciliazione (N.d.R.).
In tempi di evaporazione dell’etica, in cui ciascuno pensa solo a se stesso, è bene rammentare agli economisti distratti e agli altri cittadini inconsapevoli che il neoliberismo non è soltanto incompatibile con la democrazia, con i diritti dei lavoratori e con i diritti umani, ma anche con l’umana felicità, in quanto tende a distruggere alla radice ogni possibilità di amore su questa Terra. E insieme all’amore, si porta via anche la salute fisica, emotiva, mentale e spirituale. Dal neoliberismo non si salva nessuno, non certamente i poveri, ma neppure i ricchi e gli sfruttatori. Questo modello, disastroso nei suoi effetti, non è solo economico: è anche una forma della mente, un modo di pensare tossico che inibisce il retto pensiero, la retta parola, la retta azione. Esso produce una visione distorta della realtà che, mettendoci gli uni contro gli altri, inibisce la naturale capacità di amare mediante continue iniezioni di paura. Il mondo raccontato dai telegiornali è semplicemente spaventoso, un accumulo di brutte notizie che ci schiaccia nella sensazione di impotenza.
A questo proposito, un grande scienziato francese, Henri Laborit, ha dimostrato che l’inibizione dell’azione, che si accompagna al senso di impotenza, porta alla depressione e alla morte. Ricordo qui brevemente un suo famoso esperimento in due fasi. Nella fase 1, un topo viene chiuso in una gabbia.
Dal pavimento riceve numerose scosse elettriche. Il topo si rintana in un angolo e, dopo una settimana, muore.
Nella fase 2 viene ricreata la stessa situazione, con una differenza: nella gabbia ci sono due topi. In conseguenza delle scariche elettriche, i topi cominciano a combattere tra di loro. Alla fine della settimana hanno riportato alcune ferite, ma sono vivi.
Quale lezione trae Laborit da questo esperimento, i cui risultati possono essere estesi anche alla specie umana? Semplice. Di fronte a un’ingiustizia alla quale non è possibile sottrarsi, il bipede implume chiamato uomo prima cade in depressione e poi muore. Ma c’è un’altra possibilità: che si metta a combattere contro altri suoi simili nelle stesse condizioni. Allora, malconcio, sopravvive un po’ più a lungo.
È la lotta tra poveri e tra diseredati. Tra immigrati e autoctoni, tra lavoratori dipendenti e partite Iva, tra credenti e non credenti, tra contadini e operai e così via. Sfogare l’aggressività contro un falso nemico ci fa sentire meno vulnerabili.
Qual è la spiegazione di questo increscioso fenomeno, da sempre utilizzato dai potenti nella storia, in ossequio al detto Divide et impera? Semplice: l’ingiustizia genera rabbia. Se l’ingiustizia permane nel tempo, senza essere riparata, si hanno due possibilità, entrambe patologiche: la rabbia viene scaricata all’esterno, generando conflitto sociale, o all’interno, generando conflitto psichico. Le persone si trovano cioè dentro un doppio legame: nessuna delle due possibilità che vengono date loro risolve il problema dell’ingiustizia, anzi lo perpetua, continuando ad alimentarlo.
Negli anni Cinquanta, gli iniziatori della prospettiva sistemica, in California, definirono il doppio legame come il fattore patologico universale delle relazioni. Una teoria che, partendo dall’osservazione delle dipendenze affettive di origine familiare, si accorda perfettamente con quella di Laborit.
Ma allora come si esce dal doppio legame? Se ne esce con un salto nel livello di consapevolezza. Si evita cioè di percorrere le vie più facili e infantili della rabbia reattiva, contro gli altri o contro di sé, e si imbocca una strada più difficile, evoluta e adulta: la disidentificazione, la visione dall’alto e la trasformazione della rabbia in energia creativa. Energia creativa che viene utilizzata dall’adulto, non più dipendente, per meta comunicare sulla situazione in atto.
Ecco un esempio paradigmatico: una madre, preda di gravi traumi infantili non risolti, sfoga la rabbia contro il proprio bambino, commettendo una grave ingiustizia. Il bambino, essendo piccolo e dipendente, non può che subire. Quindi in un primo tempo scarica la rabbia su di sé, generando una subpersonalità depressa, e in un secondo tempo sulla madre o su altri, generando una subpersonalità narcisistica.
È un classico doppio legame. Quando questo bambino diventa adulto, se non cresce in consapevolezza, rimane nel doppio legame, e a sua volta lo ripete con i propri figli, generando altra ingiustizia. Se invece l’adulto lavora su di sé in modo corretto, scopre che la madre era a sua volta vittima di un doppio legame. Conseguentemente era reattiva, meccanica, inconsapevole. Quindi incapace di intendere e volere. Puntare il dito su di lei è come puntarlo su una lavatrice rotta.
Non ci sono né colpa né dolo. Puntare il dito, giudicare, è un’idiozia. Un’idiozia molto diffusa, che ancora oggi caratterizza la nostra specie e ne determina il destino. Questo è il primo passaggio: la madre a un livello superficiale viene assolta.
Secondo passaggio: l’attenzione si sposta su di sé. L’adulto si accorge che il suo Io, contaminato dall’esperienza affettiva con la madre, ha ripetuto lo stesso tipo di relazione distruttiva con le sue parti interne, piccole e indifese. Ha ricreato al suo interno il doppio legame che ha ricevuto da sua madre. È stato ingiusto, ha perseguitato con la sua rabbia e il suo odio le sue parti più tenere.
Terzo passaggio: riparazione dell’ingiustizia. L’Io dell’adulto, finalmente decontaminato dalle strutture egoiche, entra in risonanza con la sua Anima. Contatta le sue parti bambine, empatizza con la loro sofferenza e inizia a prendersene cura, amandole teneramente fino alla loro piena guarigione.
Nella mia esperienza clinica, individuale, famigliare e di gruppo, ho osservato centinaia di situazioni di questo tipo. Riporto qui anche un esempio concreto per permettere al lettore di familiarizzare con il funzionamento del doppio legame, tema fondamentale per il nostro discorso.
Giorgio, un uomo adulto di mezza età, mi viene a parlare di un fatto per lui sconvolgente: sua madre, ricca di famiglia, ha recentemente compiuto un’operazione finanziaria ai suoi danni, che rischia di provocare il suo fallimento. Come può una madre comportarsi così?
Durante la conversazione con Giorgio, vengo a scoprire che già da quando era bambino sua madre, donna rabbiosa, lo perseguitava, generando in lui un forte senso di impotenza (subpersonalità depressiva) e poi di rabbia (subpersonalità narcisistica). Giorgio, una volta cresciuto, era andato via di casa, si era distaccato dalla madre a livello esteriore e, pur privo di mezzi, era riuscito a creare una sua impresa abbastanza fiorente. Ma tutto quello che aveva costruito ora rischiava di essere distrutto. Quest’uomo, come da bambino, era precipitato in una grande confusione. Non sapeva come fare. Provava nei confronti di sua madre due sentimenti contrastanti: rabbia e impotenza. In questo stato non si sentiva in grado di rivolgersi a lei in modo adulto, senza diventare fortemente reattivo: era in un doppio legame.
Come in altri casi, anche in questo fu risolutivo introdurre la distinzione tra Ego e Anima e aiutare Giorgio a comprendere che non era stata sua madre, l’Anima della madre, ma il di lei Ego, cioè la sua parte condizionata e meccanica, a comportarsi in modo così riprovevole. Una parte traumatizzata, ferita durante l’infanzia, non risanata. Una parte che, sentendosi impotente, aveva aperto porte e finestre alle forze demoniache, sempre pronte ad approfittare delle umane debolezze. Perché solo un demonio può indurre una madre a torturare e perseguitare il proprio figlio in questo modo.
In breve, questa nuova visione aiutò Giorgio a dissolvere il doppio legame: non doveva difendersi da chi gli aveva dato la vita, ma da chi aveva occupato la mente di sua madre. Poté quindi simbolicamente indirizzare la sua rabbia contro questa entità, liberando nello stesso tempo se stesso e la madre.
A quel punto poté immaginare di riavvicinarsi a lei, la sua vera madre, l’Anima di sua madre, e sciogliersi tra le sue braccia in un pianto di riconciliazione.
Riferimenti bibliografici

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Giurista, psicoterapeuta, musicoterapeuta, fondatore di Aleph.
Dal 2006 si occupa a tempo pieno di formazione, incontri terapeutici, supervisione, ricerca.
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