
Piena occupazione
Obiettivo primario della Costituzione
Nei tre post che precedono l’articolo di oggi, Mauro Scardovelli costruisce un filo unico: la Costituzione come argine etico-politico contro la disumanizzazione. In “La Costituzione tradita” denuncia la violenza come violazione della verità dell’unità: l’Io separato genera paura, dominio e una globalizzazione neoliberista predatoria, fino alla guerra; la liberazione richiede una rivoluzione interiore capace di ricostruire relazione e comunità. In “La Costituzione: un testo sacro” ricolloca la Carta oltre il giuridico: essa mira al “pieno sviluppo della persona umana” e alla partecipazione dei lavoratori (art. 3), costituzionalizzando virtù come cura, empatia e solidarietà, frutto di una mente collettiva dei Costituenti. In “Liberismo e pensiero oppresso” definisce il neoliberismo come riduzione dello Stato e consegna dell’economia al mercato, con esiti visibili: disoccupazione, salari compressi, privatizzazioni e propaganda che anestetizza il pensiero. Da qui l’urgenza di tornare al progetto costituzionale: lavoro dignitoso e piena occupazione come criterio delle scelte pubbliche, in economia, scuola e welfare. È su questo snodo – il primato costituzionale del lavoro come criterio di legittimità dell’azione pubblica – che si innesta l’articolo di oggi (N.di.R.).
Se i nostri Costituenti oggi risorgessero, si troverebbero davanti a uno scenario terribile: un mondo totalmente preda del neoliberismo, militare, economico, finanziario, che essi ben conoscevano.
Un mondo patologico e criminale, distruttore di tutto ciò che è umano, dal cui ritorno essi ci volevano liberare per sempre scrivendo il testo della Costituzione. Costituzione che, nei primi decenni della sua applicazione, ci ha consentito di crescere economicamente, da Paese in via di sviluppo, a quinta potenza economica mondiale.
Una crescita che non è stata solo economica, ma anche sociale e culturale: la nostra scuola, la nostra sanità, la nostra piccola impresa erano considerati modelli di eccellenza, studiati in tutto il mondo.
Poi, a partire dalla morte di Aldo Moro, il neoliberismo ha cominciato a riconquistare la società, l’economia, la legislazione, la finanza.
- A occupare la scuola e l’università.
- A smantellare pezzo a pezzo la sanità pubblica. A delocalizzare le grandi aziende più produttive.
- A privatizzare e svendere le nostre banche e le aziende pubbliche.
- A distruggere il lavoro e la piccola impresa. Ad alienare i beni pubblici ai privati.
In altre parole, a sottrarre alla proprietà collettiva del Popolo italiano le fonti di produzione di ricchezza protette dalla nostra Costituzione.
La Costituzione mette il lavoro al centro della forma Repubblicana, sin dal primo articolo: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Che significa? Significa che il lavoro, dopo il 1948, non può più essere messo al servizio del capitale, ovvero della proprietà privata, come avveniva nel precedente ordinamento liberale.
I lavoratori, come persone, non possono più essere umiliati, sottomessi, sfruttati come oggetti.
Il rapporto servo-padrone, che ha dominato la nostra storia, è finito per sempre.
La Costituzione, nel settore economico, compie una rivoluzione copernicana, un cambiamento di paradigma. Il lavoro riguarda tutti i cittadini ed è messo al primo posto. Il capitale non può più domi- nare l’economia, ma deve essere messo al servizio del bene dei lavoratori, del bene comune, del Popolo comunità.
I modelli economici che si sono scontrati nel Novecento erano fondamentalmente due, tra loro incompatibili: quello hayekiano-neoliberista, che favorisce i più ricchi e di conseguenza mette il capitale al primo posto; quello keynesiano-costituzionale, che promuove la giustizia sociale, l’equità e la sicurezza economica, e quindi mette il lavoro al primo posto. Secondo quest’ultimo modello, nessun cittadino dovrà mai più vivere nell’indigenza, o nella paura dell’indigenza. Tutti dovranno avere un lavoro dignitoso. In quest’ultimo modello la piena occupazione è un obiettivo primario del progetto costituzionale. Ogni legge dovrà confrontarsi con questo obiettivo.
Qualsiasi legge che favorisca il ritorno alla disoccupazione è certamente in contrasto con i principi costituzionali fondativi. Attualmente la disoccupazione reale, aggravata dal Covid-19, è in continuo aumento. Lasciare la forza lavoro inoperosa è la via maestra per distruggere l’economia di un Paese, inasprire i conflitti sociali, aprire le porte alla dittatura. Ovvero a un governo che tradisce la libertà e l’Anima del Popolo.
Ecco perché, anziché emettere la nostra moneta per autofinanziarci, per sostenere il lavoro, le piccole imprese e le famiglie tramite la spesa pubblica, come è necessario fare in periodi di recessione, ci siamo ridotti a chiedere prestiti a Bruxelles, cioè a una potenza straniera.
Il Mes e il Recovery fund sono prestiti che dovremo restituire. Come? Tagliando altre voci della spesa pubblica. Tagli che ci saranno indicati nelle cosid- dette condizionalità, ovvero le condizioni indicate dai prestatori.
Il che significa ulteriori cessioni di sovranità e ulteriori disagi per i lavoratori.
Per evitare che questo accada è necessaria una rivoluzione antropologica e spirituale, attraverso la quale lo sviluppo della persona torni a essere il primo obiettivo dell’azione politica, come indicato dalla Costituzione.
Riferimenti bibliografici

I bambini salveranno il mondo
Verso un nuovo rinascimento spirituale e costituzionale



